Giuditta non ha delle paure. Ha delle fobie.
Prima di tutto perchè la fobia è linguisticamente un gradino sopra la paura.
In secondo luogo perchè la paura è per tutti, e la fobia è per pochi eletti.
Giuditta evita anche quelle fobie tipicamente femminili, tipi topi, ragni, serpenti, api, vespe e insetti vari.
L'unica eccezione sono i lombrichi.
Parliamo della giudittesca fobia che in questo momento occupa le sue giornate.
Il dentista.
Sì, quello guantato, camiciato e mascherato. Ci manca solo sia incappucciato.
Giuditta trema al solo pensiero.
Soffro come chissàcosa ancora prima di andarci. Anzi, ci vado solo se soffro come chissàcosa. Quindi già le premesse non sono buone.
Prendo la macchina, mi faccio i miei chilometri, arrivo sotto lo studio e non c'è posto.
Sacramento e inizio a fare giri in macchina alla ricerca del posto perfetto, ovvero quello che mi permette di parcheggiare senza bicciare la macchina. So già che non esiste, ma questo mi permette di rimandare il temuto momento in cui entrerò in sala d'attesa.
Niente da fare, trovo parcheggio, e ci sta pure che si avvicini alla perfezione. Mi tocca alzare le chiappe e andare sul serio dal dentista.
Suono. Mi aprono. Entro.
Oh, un asino che vola. Magari aspetto ad entrare e mi godo lo spettacolo.
Cazzo, piove. Tocca entrare per forza. L'asino mi fa ciao e se ne va, felice perchè non deve andare dal dentista.
Sala d'aspetto. Pareti bianche. Sedie di plastica. Riviste dell'anno scorso. Luce al neon.
Ora. Per favore. Già sono seduta nell'anticamera dell'inferno, almeno potrò star seduta comoda?
Metteteci un buffet, ovviamente sugar free, un paio di cocktail molto alcolici che così mi stordisco da subito, Cosmopolitan nuovo, un film, un po' di musica. Magari anche qualcuno caruccio con cui parlare.
E invece no. Al massimo sulla parete sono appesi dei poster con su dei denti.
Che per caso avete mai sentito parlare di fantasia? Ma metteteci qualche bel calendario. Va bene anche quello vecchio di Raoul, tanto chi guarda la data?
Bene. E' arrivato il momento.
L'uomo esce. E' mascherato. E' incamiciato. E' inguantato. Gli vedi solo gli occhi.
Ma io non mi fido. Potrebbe essere chiunque. Quasi quasi me ne vado.
Voglio dire, d'accordo la privacy, ma avrò diritto di sapere chi mi mette le mani in bocca? E' una cosa molto intima. Molto molto intima.
Potrei andarmene.
Potrei veramente farlo.
Probabilmente all'università gli hanno fatto fare un esame apposito.
Riconosce la scintilla di ribellione, mi prende per il gomito e mi guida solerte verso la sedia delle torture.
E' di pelle chiara. Se è estate e non siete coperte da capo a piedi, le gambe si appiccicheranno alla sedia rendendo superflua la ceretta per i prossimi mesi. Ha quella strana forma tra chaise longue, lettino e postazione per l'elettroshock.
Di lato lo sputino. Sopra di te la lampada, che fa tanto pensare all'avvoltoio che gira sulla sua prossima vittima.
Mi siedo?
No, ma prima facciamo due chiacchiere.
Ogni rapporto ha bisogno di preliminari. Anche quello con il torturatore.
Va bene. Non parliamo. Quindi... mi siedo. Mi sdraio. Insomma, comunque si dica. Di certo non mi metto comoda.
Magari lascio che un piedino tocchi per terra. Mi sento più sicura. La fuga sarà più facile.
Bene. Allora. Dicevamo?
Non dicevamo niente, prima ancora di riuscire a spiegare perchè sono qui mi ritrovo in bocca due tubi, tre dilatatori e cinque dita.
"Allora, se ti faccio male alza un dito". Alzo un dito? Ma se mi stai guardando in bocca come fai a vedermi il dito? E se non mi stai guardando in bocca io qui che ci sto a fare?
Facciamo così. Se mi fai male ti dò un cinquino in faccia. Te ne accorgi di sicuro.
Silenzio di tomba. Ma non s'era detto di mettere un po' di musica?
Allora. Vorrei uno sventagliatore, un ombrellone di paglia, il cocktail alcolico che non ho bevuto prima. Con 'sta luce in faccia speriamo che almeno mi abbronzo.
Silenzio.
Inizio a canticchiare dentro di me.
Musica dance.
Inizio a muovermi a tempo di musica.
Ehm. Il dentista non sembra molto contento.
Cattivo e senza senso dell'umorismo. Un pessimo esempio di maschio.
Dott.: "Senti dolore quando bevi?"
Io: "Ovviamente sì"
Dott.: "Senti dolore con la differenza caldo/freddo?"
Io: "Ovviamente sì"
Dott.: "Allora devo farti l'anestesia"
Evvai!!! Finalmente. Ma cosa aspettava?
Quando mi chiedono come va, io rispondo "Tutto benissimo grazie" anche se è la giornata più brutta della mia vita; quando il dentista mi chiede se mi fa male, rispondo "Ovviamente sì" e l'anestesia è assicurata. Non si tratta di verità o bugie, si tratta solo di dare le risposte giuste al momento giusto.
Bene. I successivi 40 minuti trascorrono in una fantastica nebbia. Nel senso che a me l'anestesia del dentista obnubila il neurone. 'Na meraviglia. La vorrei anche a casa.
Oh, mi sta togliendo il cotone dalle guance. Che caro. Continuerò a sputare cotone per ore, ma non importa.
L'importante è uscire.
Via. Aria. Ossigeno puro. Luce naturale.
Qualcuno con cui parlare.
Dove avevo lasciato la macchina? Il neurone obnubilato non mi aiuta.
In attesa di parlare accendo la radio e mi metto a cantare.
Ouch. Mi sono morsa la lingua. L'anestesia sta smettendo di fare effetto e adesso invece della lingua ho una spatola in bocca. Va dove vuole. Io non ne sono responsabile.
Meglio se sto zitta. Uffa.
Non mi cheterò per le tre ore seguenti.
Bene. Ora che l'ho raccontato non c'è bisogno che ci vado sul serio, giusto?
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